Ogni primavera, per secoli, i tonni hanno attraversato lo Stretto di Gibilterra per entrare nel Mediterraneo a riprodursi, e la costa trapanese li ha attesi con un sistema di reti, riti e comunità intere costruite attorno a un solo evento: la mattanza. A Favignana questo rapporto ha raggiunto la sua massima grandiosità: l’ex Stabilimento Florio, con i suoi archi che ricordano una cattedrale, fu il luogo dove un’intuizione imprenditoriale trasformò la pesca del tonno in un’industria che arrivò a catturare oltre 14.000 esemplari in una sola stagione.
Ma non è stata solo l’industria dei Florio a raccontare questa storia. A Bonagia, la torre saracena veglia ancora su un porticciolo dove le “cialome” — i canti dei tonnaroti — accompagnavano il lavoro delle reti, e i racconti del rais si tramandano di generazione in generazione. A Cornino, ai piedi del Monte Cofano, un’antica tonnara di origini medievali si è lasciata avvolgere dalla natura della riserva. A San Vito Lo Capo, la Tonnara del Secco — dichiarata luogo del cuore dal FAI — resta sospesa in un silenzio quasi cinematografico, tra vasche puniche e ricordi di un’ultima mattanza mai più ripetuta.
Percorrere questo itinerario significa attraversare l’intera parabola del tonno rosso in Sicilia: dal fasto industriale di Favignana alla malinconia di un mestiere che è quasi scomparso, fino a Trapani, dove — unico caso in Sicilia — la lavorazione del tonno continua ancora oggi, in un dialogo ininterrotto tra memoria e presente.